Il manuale della cattiva madre

venerdì 1 settembre 2017
Mi capita spesso di immaginare delle conversazioni che potrebbero accadere, il che, detto così, potrebbe in realtà farmi sembrare persino più pazza di quanto in realtà non sia, ma cerchiamo di non divagare. Dicevo, mi capita spesso di immaginare delle conversazioni, di pensare a quando qualcuno di non ben identificato, in un giorno qualsiasi, ad un'ora non pervenuta, potrebbe dirmi una certa cosa e a come io risponderei. Il più delle volte mi succede quando persone che conosco bene si trovano a raccontarmi di episodi spiacevoli che gli sono accaduti e la principessa guerriera che è in me si risveglia con un ululato di battaglia, pensando a tutti i possibili scenari fatti di sangue e violenza che avrebbero potuto verificarsi "Aaaah, se solo ci fossi stata anch'io, l'avrei picchiato così forte che dopo neanche la madre lo avrebbe riconosciuto". Il che, di nuovo, potrebbe indurre a credere che io giri con un coltello a serramanico nascosto nello zaino, quando in realtà non solo non ho mai picchiato nessuno in vita mia, una volta sono persino stata capace di farmi un'occhio nero dandomi da sola una ginocchiata in faccia. Ma, ripeto, sto divagando.

Insomma, contrariamente a quanto sembra sia accaduto a molti lettori, a me nessuno è mai venuto a chiedere perché compro tutti i libri che compro, se riesco a leggerli proprio tutti o perché ne compro ancora se ne ho altri già da leggere a casa. Lo so, pazzesco, lo penso anch'io. Persino quella santa donna di mia madre, o mio padre che, poverino, è costretto a trasportare tutti gli scatoli e pacchetti che mi vengono spediti fino a casa mia, al secondo piano senza ascensore, se ne lamenta - l'ho anche costretto a ritirare tutte le settimane il mio abbonamento a Topolino in edicola, ma questa è un'altra storia - e davvero, tutto questo silenzioso supporto verso la mia passione mi gratifica ma, dall'altra parte, la drama queen che è in me e che va a braccetto con la principessa guerriera di cui sopra, è sempre affamata e alla ricerca di un po' di drama, appunto. E poi diciamocelo, è un po' come essere l'unica che non conosce il morto a un funerale. Imbarazzante. Così un paio di volte ho provato ad immaginarmi cosa potrei rispondere ad una persona che mi dicesse una cosa del genere, e tra frasi per cui mi sono personalmente data una pacca mentale sulla spalla o altre talmente sardoniche da farmi ricevere i complimenti persino di Regina George, c'era anche quella vera, il motivo reale per cui a volte possono passare anni prima che legga un libro che ho acquistato.

Purtroppo questa ragione non è né figa né filosofica, da nessuno lato dal quale abbia cercato di analizzarla, e nonostante questo ho deciso di dirla lo stesso. Si vede che non c'ho proprio niente da fare, oh. E quindi, la massima del secolo è che, semplicemente, ogni cosa ha il suo tempo. Al Tg annunciano: Capitan Ovvio colpisce ancora e lascia una scia di sangue dietro di sé. Però è vero, ed è quello a cui penso ogni volta che compro un libro. Leggo un libro quando posso sentirlo, quando il momento è quello giusto e mai prima. Mi è successo un paio di volte in passato, sempre troppe per i miei gusti, e ancora adesso mi mangerei le mani per essere stata troppo impaziente ad anticipare la lettura di un libro. Il tempo è temo il peggior nemico di qualsiasi lettore, perché non ce n'è mai abbastanza per leggere tutti i libri che vorremmo, ma soprattutto non ce n'è quasi mai per rileggerne. E così ogni lettore si è ritrovato almeno una volta nella sua vita a dibattersi tra la voglia di storie nuove e quella di immergersi ancora in quelle che abbiamo amato o, come nel mio caso, che abbiamo letto quando eravamo davvero troppo giovani per apprezzarle quanto avremmo potuto. Ci sono storie che ho letto "da grande" e che ho amato, che probabilmente non avrei mai capito se le avessi lette appena cinque o sei anni fa, o storie che ho adorato da ragazzina e che adesso al solo pensiero mi fanno rabbrividire (tipo Twilight, per dirne proprio uno a caso eh), e questo perché ero diversa io, le mie esperienze (inesistenti) di allora sono diverse da quelle di adesso, la mia vita è diversa, la mia morale, il mio senso di giustizia lo sono. Ed è perfetto così, se non fosse che questo pone talvolta noi lettori in una posizione molto scomoda.

E' questa la ragione per cui sono felice di aver letto adesso Il manuale della cattiva madre. Ricordo bene di aver acquistato il libro nel 2012, tramite un ordine particolarmente cospicuo che avevo inoltrato su amazon, ufficialmente in occasione del Natale, ma in realtà perché tanto il 21 Dicembre saremmo comunque schiattati tutti quanti, tanto valeva svuotare pure la wishlist. Quasi mi è dispiaciuto che il pianeta non sia veramente imploso su se stesso dopo, ma a mia discolpa posso dire che all'epoca quella di quest'ultimo acquisto folle mi era sembrata davvero una buona idea e diciamo che nel lungo periodo è qualcosa che comunque mi ha reso felice, anche se mia madre lo era molto meno visto che avrebbe voluto che quei soldi li usassi almeno in parte per comprarmi un cappotto nuovo per l'inverno. Ma come sempre, sto divagando.
Il libro non era proprio in perfette condizioni, un po' sporco e con i bordi leggermente rovinati, ma ho trovato di molto peggio in libreria ad esser sincera e almeno su amazon ti fanno lo sconto. E, così come mi è arrivato, il libro è stato riposto via. Da quel momento è sopravvissuto a tre traslochi e ad una desolante esperienza da recluso, prima che mi decidessi a leggerlo. Non era la mia prima esperienza con Kate Long, tuttavia. Io e lei avevamo già avuto un proficuo incontro qualche anno prima, quando ne avevo più o meno quindici. Il titolo del libro in questione era Come mandar giù la nonna, e Kate era talmente precisa nel descrivere stati d'animo e situazioni che io stessa avevo vissuto, che davvero sembrava conoscere personalmente la mia famiglia. Una volta ho addirittura avuto il sospetto che si trattasse della pettegola che avevo beccato ad origliare dal balcone accanto a quello di mia nonna, ma non c'eravamo né con l'età né con il domicilio temo.

Il manuale della cattiva madre racconta di tre donne, costrette ad una convivenza claustrofobica. Nonna, madre e nipote. Niente di più semplice, niente di più familiare.E niente di più annichilente, almeno per Karen, costretta da una gravidanza inaspettata in adolescenza ad una vita che non avrebbe voluto, con una madre di cui deve costantemente prendersi cura affinché non mandi inavvertitamente a fuoco la casa ed una figlia troppo sveglia e arrogante che sembra odiarla; niente di più mortalmente ingiusto per Charlotte, il cui unico desiderio era scappare da quel covo di matti una volta ottenuto il suo diploma, ma che adesso, con un piccolo mostro che le cresce dentro come in una parodia di Alien, non sa che fare e a cui il solo pensiero di dirlo alla madre fa venire da vomitare, oh se solo la nonna fosse ancora in grado di aiutarla; e niente di più, ma proprio niente, per Nan, che affetta da una forma ormai acuta di demenza senile trascorre le sue giornate persa nei meandri della sua mente, ma con sporadici e inaspettati momenti lungimirante chiarezza. Il tutto sullo sfondo di un piccolo sobborgo inglese della fine degli anni 90.

Quello che mi colpisce davvero delle storie di Kate Long, come ho già detto, è la veridicità di ciò che racconta. Questo ambivalente rapporto di complicità e conflitto che unisce a doppio filo la vita delle tre donne protagoniste, il cui unico problema sta forse nel fatto di non essersi sforzate abbastanza per capire l'altra. La maternità, che prima le divide e poi le unisce. Quella agognata, quella non voluta, quella regalata. Questo bisogno che accomuna tutti, sia figli che genitori, di sentirci voluti. E il senso di colpa e l'odio, verso coloro a cui non riusciamo a dare tutto e da cui pensiamo di non poter ricevere niente. La scrittura di Kate Long non è raffinata, non si serve arzigogolate descrizioni, ma nella sua semplicità è più che efficace nel raccontare la sua storia. Efficace soprattutto nel descrivere in che modo la malattia possa corrodere non solo chi ne è affetto, ma anche chi è sano. Trovarti davanti una persona che di quello che era non ha quasi più nulla, che non ti riconosce, i cui ricordi sono confusi, ma che è ancora capace di ferirti. L'amore da solo non può curare ogni cosa e a volte, non sempre, bisogna essere in grado di accettare i propri limiti e tirarsi indietro, non solo per preservare la propria salute, ma anche per non rovinare il ricordo che si ha di quella persona. E per Karen la madre è diventata un fardello. Non esistono più i ricordi di infanzia, le carezze e i baci che facevano da contorno a quegli attimi di felicità, esistono solo le bollette infilate nel tostapane, l'acqua calda lasciata a scorrere sul pavimento, e il lavoro al mattino e i pomeriggi trascorsi in quella casa che odora di pane stantio, nella quale neanche una misera piantina è in grado di sopravvivere. Del passato di Nan riusciamo a scorgere alcuni momenti, sparsi nell'arco di una vita intera, e qualche flebile pensiero in quei pochi attimi di lucidità che ogni tanto la sua mente le regala. Ed è la stessa Karen a riscoprire quel passato quel passato doloroso, a riscoprire Nan e a ricordare e capire quello che sono state davvero l'una per l'altra. A ricordare cosa significhi essere amati.

Ma è anche un po' il compito di Charlotte quello di riscoprire sua madre, ritrovando anche se stessa. La gravidanza e la maternità rappresentano sì un momento catartico nella vita di Charlotte, ma non nel modo in cui si potrebbe pensare. Per quanto abbia fortemente disprezzato come la scelta di portare a termine la gravidanza e tenersi il bambino sia stata presentata più come se si trattasse di un dispetto alla madre che non di un suo desiderio, mi rendo conto a mente fredda di come in realtà fosse perfettamente coerente con il personaggio. Charlotte non avrebbe mai permesso che quel bambino si sentisse non voluto, come era accaduto a lei. E quando la madre le urla dietro che deve abortire, che non lascerà che anche lei butti via il suo futuro, ha già firmato la sua condanna. Purtroppo, devo dirlo con profondo rammarico, i genitori spesso non si rendono conto dell'impatto potente che certe frasi e certi gesti possono avere su di un bambino, che loro magari non credono capace di comprendere, ma che in realtà assimila da tutto quello che lo circonda e interiorizza. E' così che Charlotte decide di intraprendere questo percorso senza il supporto della madre, ma accettando suo malgrado quello di un compagno di scuola un po' sfigato, dal quale però saprà apprendere molto più di quanto ci si aspetterebbe e con risvolti finali decisamente... sorprendenti. Ma le cose non sono mai come noi le immaginiamo e, per quanto possa essere dura accettarlo per un figlio, un genitore non è esente dal commettere errori. Non so da cosa nasca questa aspettativa che si ha da bambini, come il genitore si tramuti quasi in una figura mitologica, in un dio, e di come possa essere cocente la delusione quando ci rendiamo conto di trovarci dinanzi a un misero essere umano, il cui magnetismo però, nel bene o nel male, non smette mai di esercitare la sua influenza su di noi, a volte portandoci fino ai massimi estremi. E forse l'unico modo che Charlotte aveva per comprendere sua madre era proprio questo, provando sulla sua stessa pelle ciò che lei aveva vissuto.

Una saga familiare che conserva tutto il sapore e gli odori di un'infanzia ormai andata, che si muove con sapienza tra presente e passato, tra gli armadi che puzzavano di naftalina, i vecchi divani dove nessuno aveva il permesso di sedersi, le domeniche e i pranzi che sembravano non finire mai; le Rossana, puntualmente sciolte, nascoste sotto il fondo della borsa; tra i ricordi del latte e caffè che ti preparava tua nonna al mattino presto, quando in cucina c'eravate solo voi due e tutto il resto della casa ancora dormiva; e delle urla, delle frasi a mezza bocca pronunciate in un momento di rabbia da tua madre, perché è solo di quelle che, un po' ingiustamente, ci ricordiamo sempre. Ma la vita, così come l'amore, a nessuno è dato comprenderla fino in fondo. Ma forse, se guardiamo bene, riusciamo a scorgerlo. Un barlume di verità. Ed è proprio lì che risiede, negli occhi degli altri.

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