Aspettando il treno

giovedì 1 settembre 2016
Un giorno come un altro. Mi alzo ancora stanca, gli arti pesanti e intorpiditi, strofinandomi gli occhi con entrambe le mani. Ci metto qualche secondo a sedermi, e qualcuno in più a cercare gli occhiali e ad indossarli. Rabbrividisco al lieve alito di vento che entra dalla finestra della mia stanza, perché all'aria fresca del mattino non riesco ad abituarmi.
Le mie azioni sono automatiche, mi muovo senza neanche aver bisogno di pensare, cullandomi in quello stato di stordimento che mi accompagna ogni volta e nel quale mi piace crogiolarmi ancora un po' prima di dover uscire di casa. Sembra passato appena un attimo quando mi ritrovo sulla porta, accovacciata ad allacciarmi le scarpe, le stringhe sempre troppo corte - chissà perché hanno deciso di farle così. Scendo le scale, il rimbombo dei passi che risuona nell'atrio deserto, e sto bene attenta a non finire nei liquidi disgustosi che i miei vicini si lasciano dietro quando alla sera gettano la spazzatura. Penso che quando li incontrerò glielo farò notare, ma alla fine non lo faccio mai.

Il tragitto in automobile fino alla stazione è breve, non mi concede neanche il tempo di chiudere appena gli occhi che mio padre già mi sta scuotendo, intimandomi di far presto che è già tardi. Non è un tipo che prende la puntualità alla leggera, mio padre. Sin da quando ero bambina, non ha fatto altro che ripetermi quanto fosse importante e quanto questa buona abitudine mi avrebbe aiutato una volta cresciuta, nel mondo del lavoro. Inutile dire che io non sono mai riuscita ad arrivare in orario un solo giorno della mia vita.
Un giorno come un altro.
No, non è vero.
Oggi è diverso.
Oggi è un giorno speciale.

Sento la macchina ingranare alle mie spalle, mentre mi incammino osservando la strada quasi deserta. Davanti alla stazione si trova un piccolo spiazzale, contornato da qualche vecchia panchina di legno ormai marcio. Spesso ci vedo i ragazzi seduti dopo l'uscita da scuola, a fumare o semplicemente a chiacchierare. Io non mi ci sono mai seduta. Non ho mai assaporato quel senso di cameratismo che unisce i compagni di classe nell'affrontare lo stesso, insopportabile tormento ogni nuovo anno. Di tanto in tanto sono riuscita a trovare qualche persona che mi fosse abbastanza affine da stringerci amicizia, ma neanche loro erano di quelli che si siedono sulle panchine sporche a fumare e lamentarsi di come fosse odioso il professor tal dei tali. Un paio di volte ho anche provato a sedermici per i fatti miei, ma dopo qualche occhiata e bisbiglio ridacchiato ho dovuto semplicemente arrendermi.
Ma non oggi.
Oggi mi ci siedo, allungo le mani verso lo zaino e afferro il cellulare. Sciogliere il groviglio delle cuffie è sempre una gran seccatura, ma quando anche questa è fatta e il sole inizia finalmente a intravedersi oltre i tetti dei palazzi, sospiro contenta e sorrido a me stessa.
Poi mi alzo, perché non voglio far tardi.
Il treno sta per arrivare, ed oggi è l'unico giorno dell'anno in cui non voglio perderlo.

L'ambiente all'interno della stazione è desolato, maleodorante. A quest'ora gli sportelli per l'acquisto dei biglietti sono ancora chiusi, ma io ho il mio abbonamento nascosto nella tasca dei pantaloni e non me ne preoccupo. Supero il tabellone degli orari e la panchina sulla quale qualcuno sembra aver passato la notte, ed esco sui binari. Sulla banchina vedo solo alcune persone, la maggior parte sole, alcune aggregate in piccoli gruppi. La stazione è piccola, appena quattro binari per un paesello a qualche chilometro dalla città. Ci passano solo regionali e intecity, un treno ad alta velocità non sanno neanche come è fatto.
Eppure, se allungo abbastanza lo sguardo, posso vederli. Lo spazio ed il tempo espandersi dinanzi a me, creare marciapiedi e placche di metallo dal nulla, ed i binari 9 e 10 che prendono forma.
Poi all'improvviso sono lì ed io non so che fare.
Ma non dura a lungo prima che mi insulti a bassa voce e mi ci diriga a passo spedito, pronta a passarci attraverso. Perché il treno che stavo aspettando è proprio lì.

Gli istanti successivi sono avvolti dalla nebbia. Prima mi trovavo in una solitaria stazione di provincia, mentre ora sono su una banchina affollata, circondata da una calca la cui eccitazione è talmente palpabile da contagiare persino me. Non vista, mi faccio strada attraverso quel mare di persone con spinte quasi carezzevoli. Ma dopo appena qualche passo sono costretta a fermarmi, sopraffatta da un peso che mi schiaccia il petto. Mi appiattisco contro una parete, scivolando verso il basso e sedendomi sul pavimento di pietra. E per la prima volta mi chiedo, cosa accadrebbe se prendessi davvero quel treno?
Frustrata, mi passo una mano tra i capelli che non pettino da anni e sbuffo, picchiando la testa sul muro. Le persone continuano a camminare, parlare, spostare grossi bauli e altri suppellettili, e non si accorgono di me. Ma non è colpa loro, mi dico, perché sono io che non voglio essere vista.
Un raggio di sole mi acceca e chiudo gli occhi, per poi riaprirli dinanzi alla figura maestosa di una locomotiva ricoperta di scintillante lacca nera e rossa. Lascio lì lo zaino e mi avvicino con passo traballante, allungo una mano e tocco la superficie liscia e perfetta della carrozza. Il fumo della locomotiva mi nasconde, almeno finché un'improvvisa folata di vento non lo spazza via ed eccola che la vedo, una ragazzina di non più di nove o dieci anni, i capelli rossi e gli occhi marroni, che mi osserva con una aria troppo intelligente, incuriosita dal mio aspetto così fuori dall'ordinario in quello sfoggio caleidoscopico di colori sgargianti. Le sorrido e lei ricambia, complice di un segreto che ormai è solo nostro. Poi si gira, una donna dai ricci scuri le fa' cenno e lei le corre incontro, abbracciandola. Sta per allontanarsi, quando all'improvviso si ferma e, scostandosi dalla madre, si volta e mi saluta.
Non faccio in tempo a muovermi, però, che lei è già sparita.
A presto, ha detto.
Forse, mi dico.
Forse fra un anno, forse fra venti o cinquant'anni prenderò questo treno.
Ma non oggi.
Oggi è un giorno speciale, perché oggi, decido, lascerò che gli altri mi vedano.
Oggi è la mia vita ed è giusto così.
E poi sono di nuovo lì, seduta su quella panchina davanti alla stazione, col cellulare in una mano e le cuffie nell'altra. La voce monotona dell'altoparlante annuncia un treno in partenza ed io rido. Sì, rido, Perché quello che è appena partito è il mio treno ed io sono di nuovo in ritardo.
Ma non importa.
Aspetterò un altro treno e lascerò che mi conduca lontano, in luoghi sconosciuti pieni di promesse.
Promesse, come quella di una ragazzina incontrata per caso alla stazione.
Magari il prossimo anno, mi dico, e so che quel giorno sarà ancora lì ad aspettarmi.

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